Attendere...

Le giornate della vendemmia erano le più attese dai  contadini... era il momento di tirare le somme di un'intera annata di lavoro e di fatiche non sempre giustamente ripagate a causa di una improvvisa grandinata o del perdurare della siccità.
Quanto lavoro nella vigna… togliere le erbacce tra i filari... solitamente la gramigna.
Sulle strade ad ogni ora del giorno passavano carri e carretti trainati dai muli, con sopra tutto l'occorrente per la vendemmia, tini, cesti, tinozze. 
Alle prime luci dell'alba ogni gruppo famigliare si avviava verso la campagna per intraprendere il lavoro. Arrivati nei campi si procedeva subito a scaricare dai “thraini” tutti gli attrezzi; cesti e secchi venivano collocati sotto ogni ceppo, pronti per essere riempiti  di grappoli. 
Quando i recipienti erano ricolmi d'uva, venivano svuotati dentro piccoli tini o cesti a spalla che venivano caricati sulle spalle del più forte e  portati fuori dal filare per essere svuotati nella tinozza, dentro la quale di solito stavano due donne a piedi nudi pronti per la pigiatura. 
Per l’ulteriore spremitura delle vinacce tipici erano anche torchietti  con vite in legno o in ferro, dotati di cestello e montati spesso su basamenti con apertura a becco per la fuoriuscita del mosto.

Era usanza dei vendemmiatori intonare canti e cori ai quali rispondevano altri vendemmiatori nei campi vicini, erano canti di gioia tra persone felici, innamorate della loro terra e del loro lavoro. In questo periodo della vendemmia era importante anche il  lavoro dentro la cantina, per la pulizia delle botti e dei tini prima di metterci il mosto per la fermentazione. Questo era un  lavoro riservato ai ragazzi, i quali venivano calati all'interno della botte con l'occorrente per la raschiatura e il lavaggio delle doghe, di legno pregiato di rovere. Questo lavoro era molto importante per la conservazione del vino. 

Tutto questo veniva fatto al lume di candela, messa sul fondo della botte. La candela non aveva solo funzione di far luce dentro la cantina, ma era il mezzo più efficace per avvertire del pericolo dei gas che si sprigionavano dai tini durante la fermentazione del mosto. 
Infatti quando il nonno scendeva per le scale della cantina per fare il controllo ai tini durante la fermentazione, non mancava mai di portarsi dietro la candela, e quando questa si spegneva, era una corsa a ritroso su per la scala, verso la salvezza, poichè respirare quel gas, anidride carbonica, che usciva dalle botti sarebbe stato fatale. 
Ancora oggi assieme al mosto vengono messe anche le vinacce torchiate, per attivare la fermentazione e dare al vino il giusto colore. La durata della fermentazione varia a seconda della zona, del tipo di vino e del metodo impiegato, e può essere di pochi giorni o arrivare ad un paio di settimane.

In passato era consuetudine aggiungere anche del vino cotto, che conferiva un leggero sapore marsalato; diffuse erano peraltro tanto la produzione quanto il consumo di mosto cotto, adoperato nella preparazione di molti dolci tipici. Dopo c'era l’operazione di travaso del vino novello, che era effettuata, con la luna sempre alla mancanza, mediante grandi imbuti a canna stretta in latta, rame o materiali naturali come il legno o la zucca. In una prima fase di affinamento del vino la pratica di invecchiamento avveniva all’interno di cilindriche panciute botti di rovere con doghe il legno e rubinetti per la spillatura

Per la conservazione ed il trasporto del vino venivano adoperate damigiane e fiasche di vetro impagliate, che a loro volta sostituivano i più antichi recipienti in terracotta smaltata dotati di pareti spesse e due anse laterali (OZZE).