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La storia del vino pugliese è controversa: racconta di una terra da sempre ricca di vigneti, ma povera, però, per i suoi protagonisti: gli agricoltori. Per anni Puglia e Salento sono stati visti come dei territori dai vini più rinomati, ma con un grado alcolico decisamente basso per il quale era necessario un intervento di “taglio” con vini più massicci vini.

Da circa 20 anni c’è stata fortunatamente una inversione di rotta: i produttori locali hanno capito che era necessario operare un investimento culturale prima ancora che economico, che investisse l’intera filiera al fine di ottenere prodotti di grande qualità e personalità, non solo per quanto riguarda i rossi e i bianchi, ma anche per i rosati locali di particolare piacevolezza. Non è stato certamente un lavoro facile, ma l’iniziativa di pochi ha dato il via ad una tendenza che oggi premia tutto il territorio.

Da circa un quinquennio  hanno preso vita una serie di progetti  volti a dare una spinta ulteriore alla modernizzazione sia in vigna che in cantina; i punti di forza sono la ristrutturazione dei vigneti, la scelta di produrre meno di 80 quintali per ettaro con alta densità di impianto, la cura rigorosa prestata ad ogni fase della produzione in vigna e del processo di trasformazione in cantina, un lavoro paziente e tenace ma che ha lo scopo di acquisire la massima qualità nei vini e allo stesso tempo valorizzare la potenzialità enologica della regione.

Gli elementi principali del mix vincente sono le caratteristiche pedoclimatiche proprie della nostra terra  e l’utilizzo massiccio di uve da vitigni autoctoni, i quali garantiscono non solo ottima qualità, ma anche la differenziazione del prodotto a livello nazionale e internazionale; pensando a vitigni quali il negroamaro,  il primitivo, il susumaniello, il bianco di Alessano, tanto per fare qualche esempio, balza evidente il Salento perché di questo territorio costituiscono segni distintivi sotto il profilo vinicolo e ne evidenziano l’unicità e la tradizione.

Certo, l’ancoraggio alla tradizione non può e non deve costruire alibi per non fare innovazione in un’epoca tanto evoluta, perché poi saremmo destinati ad un inevitabile e progressivo declino; innovare non significa rompere con il passato, espiantare i vitigni tradizionali per far posto a quelli internazionali perché più conosciuti e quindi più redditizi; innovare vuol dire realizzare processi di adattamento migliorativo, spendere in ricerca e sperimentazione, fondare ogni prodotto su un progetto, senza perdere di vista l’obiettivo del mantenimento  della propria identità vitivinicola, secondo una linea di continuità con la tradizione.

L’assessorato alle risorse agro-alimentari della  regione Puglia, sollecitato dai produttori e dalle varie associazioni e consorzi nati per la tutela e la valorizzazione dei nostri vitigni autoctoni, ha avviato di recente un’azione di supporto dando priorità a vitigni storici (primitivo, negroamaro, bombino bianco, ottavianello, susumaniello e altri) nel quadro degli interventi di ristrutturazione dei vigneti previsti dall’OCM (Organizzazione Comune di Mercato) vitivinicolo ma tutto ciò non è sufficiente. E’ importante che i produttori, con l’aiuto di strutture specializzate, di risorse professionali del settore vitivinicolo, di Università e centri di ricerca, rinsaldino il legame con il territorio, adottino una comunicazione valida e funzionale nei confronti del consumatore, per fortuna sempre più attento ed esigente, rispetto alla qualità del prodotto e al profilo dell’Azienda che lo ha elaborato.